Gianni Marzotto 015

Giannino Marzotto. Con Ferrari dalla Mille Miglia alla 24 Ore Le Mans

“… Spero che da questa intervista si possa trovare quello che si desiderava conoscere da me, comunque quello spirito “goliardico” e riflessivo che mi ha sempre accompagnato nelle competizioni. Nulla si crea e nulla si distrugge…, parola di Giannino Marzotto”. (Trissino, luglio 2011).


L’INTERVISTA


Mille Miglia 1950 | Marzotto – Crosara, Ferrari


La prima volta a Maranello con Enzo Ferrari: cosa ricorda ?

Conobbi Enzo Ferrari verso la fine del ‘48 con l’obbiettivo di ordinargli un coupè gran turismo due litri con carrozzeria Touring. Credo fosse la quarta vettura che Ferrari costruiva.
Si perdette gran tempo nella discussione dei dettagli sia con lui che con l’avvocato Ponzoni e l’ingegnere Bianchi Anderloni perché allora le vetture erano come un vestito preparato in
sartoria: il cliente dava un “suo tocco interpretativo“ ai suggerimenti che i grandi maestri
proponevano.

Enzo Ferrari era un uomo di grande personalità, ragion per cui dall’obbiettivo specifico della vettura si passò, durante colazioni e cene in campagna, a trattare una miriade di argomenti sui quali egli aveva idee precise, non senza polemiche… Si rivolgeva a me chiamandomi “avvocato”. Caratteristiche dialettiche affascinanti per un giovanotto curioso come me, tanto quanto lo sono oggi. Lo considerai subito un “grande Uomo” a prescindere dalla vettura che stava predisponendo per me.

Negli anni ho frequentato parecchio la Ferrari per seguire la preparazione delle auto che poi avrei guidato in gara. Partivo da un campo vicino a Trissino pilotando il mio Macchi 308 e dopo venticinque minuti di volo atterravo all’aeroporto di Modena…

Perché scelse di correre proprio con la Ferrari che era agli inizi dell’attività e non con la “storica” Maserati, costruttore di maggior peso all’epoca e con macchine non certamente inferiori ?
Fu per la verità Ferrari a darmi una vettura nel ‘49 per una corsa in salita, la Vermicino – Rocca di Papa: non so il perché.
Io non mi posi neppure il problema della concorrenza Maserati la cui reputazione era veramente eccellente. Provavo una cosa nuova ed eccitante e questo mi bastava.

La prima corsa in Ferrari era stata preceduta solo dall’esperienza con la Lancia Aprilia ?
La mia esperienza di corse “della domenica” era limitata solo alla Lancia Aprilia con una
decina di gare in tre anni. Mi accadde anche di vincere per caso il campionato nazionale 1948. Conservo ancora una lettera donde traspare che fu una sorpresa per tutti, me
compreso. Non ero allora appassionato di patacche e contabilità.

L’Aprilia era una vettura affascinante, che conoscevo a perfezione in tutti i dettagli anche tecnici e dalla quale ricavavo forse le massime prestazioni. Mi insegnò a guidare con estrema dolcezza (nella foto: Aprilia n° 133 di Giannono Marzotto, Mille Miglia 1948, 16° assoluto, accanto alla Ferrari vincente).

Quale il ricordo della sua prima corsa in Ferrari e come visse il passaggio, di colpo o graduale, alle grandi potenze ?
Il passaggio dalla Lancia Aprilia alla Ferrari fu provvido e tempestivo perché avevo ormai preso troppa dimestichezza con la piccola Lancia. Cercavo con essa emozioni speciali guidando in modo difforme da quanto prescrive la normalità.
Per esempio, cambiavo le marce senza frizione, usando la gamba anziché la mano per muovere la leva del cambio. Generalmente andava bene, ma in effetti la procedura sarebbe stata un po’ rischiosa in gara.

Passato alla Ferrari trovai un maggiore equilibrio tra la potenza disponibile e le mie capacità od aspirazioni: in altri termini mi impegnai con attenzione e tensione maggiore e diversa. Segreto d’incolumità !
Ricordo che le Ferrari dell’epoca erano automobili sottosterzanti, mentre io amavo guidare “di acceleratore”, quindi amavo le auto sovrasterzanti…

Quale il ricordo della prima vittoria con la Ferrari ?
La prima vittoria in Ferrari fu appunto nella gara in salita Vermicino – Rocca di Papa del 1949 (Ferrari 166, ndr) dov’era gran favorita la Maserati 2000, lupus in fabula, condotta dal mio amico e “Re della Montagna” Giovannino Bracco.
Tutti, me compreso, furono sorpresi della mia vittoria. Ai festeggiamenti della premiazione, il presidente dell’ACI mi disse che secondo lui i cronometristi potevano aver sbagliato i tempi. Risposi che la sua congettura mi sembrava verosimile in assoluto e rassicurante per me. Nessuno nasce Maestro.

Il ricordo dell’ultima vittoria e dell’ultima corsa ?
Si dà il caso che l’ultima corsa – di cui conservo molti ricordi – non corrispondesse all’ultima vittoria. Si propongono anche qui diverse risposte…
Dell’ultima vittoria ricordo poco o nulla anche perché molti altri esperti hanno provveduto verbalizzando fatti e commenti.
Pochi sanno invece che Alfa Romeo e poi Lancia, giunte al traguardo 2° e 3°, mi avevano rifiutato una loro vettura per la Mille Miglia del 1953.
Ferrari fu l’unico ad aver fiducia in me, affidandomi un potente – seppur malconcio – 12 cilindri 4.100 che portai alla vittoria assoluta (foto qui sotto).

L’ultima corsa fu invece la 24 ore di Le Mans del 1954 alla quale si associano varie memorie… Partecipai alla gara per cortesia verso mio fratello Paolo che cercava un copilota in questa lunga competizione internazionale. Avevo allora molti impegni di responsabilità professionale, ragion per cui giunsi sulla pista appena in tempo per fare “un giro uno“ sulla vettura, un 4.100 berlinetta e sul percorso .
Riferii all’ingegner Lampredi  - assisteva lo sparuto manipolo Ferrari – che nel lunghissimo rettilineo della pista la vettura prendeva solo 5.900 giri in luogo dei 6.600 previsti che si traduceva in 230 kmt/h in luogo dei 270 kmt/h promessi: occorreva dunque cambiare rapporto al ponte.
Lampredi mi disse che bisognava uscire più velocemente dalla curva che precedeva il
rettilineo, ed io gli risposi che era meglio vi provvedesse direttamente con la sua guida personale. Insomma un incidente !

Enzo Ferrari mi telefonò personalmente con estrema pacatezza dicendomi che i tre meccanici che costituivano lo “squadrone” Ferrari erano impegnati a cambiare, appunto,
il rapporto al ponte delle due 4.500 di Ascari-Villoresi e di Farina-Hawtorn, già più potenti della mia…

La priorità mi parve ragionevole e con mio fratello Paolo partimmo al meglio: decisi di resistere fino alla fine, oltre 4000 km di gara…
Nella notte nebbiosa un incidente drammatico e fatale a Tom Cole, molto amico di
Paolo, creò uno schoc psicologico a mio fratello. Questo fatto indusse il maestro Ugolini, quinto ed ultimo membro nonchè capo dell’equipe Ferrari, a sostituirlo, lasciandomi alla guida per un tempo interminabile. Credo di essere stato al volante per almeno 18 o 20 ore sulle 24 in cui si disputava l’intera gara. Se qualcuno crede che mordersi le labbra per restare svegli, sia una fantasiosa immagine, si sbaglia.
Le Mans è una gara piuttosto noiosa e le altissime velocità non danno sufficiente emozione per vincere una stanchezza implacabile.

Provai una certa rabbia nel constatare la formidabile superiorità dei primi freni a disco delle Jaguar, mentre noi con le Ferrari, dovevamo ben dosare le risorse per giungere al traguardo. La macchine inglesi avevano inoltre una autonomia tre volte superiore alla nostra, con conseguente risparmio di tempo ai rifornimenti. Allora il pit-stop era lungo.
Come Dio volle arrivammo alla fine, alla media di circa 170 kmt/h al netto dei
rifornimenti, quinti assoluti e soli tra le Ferrari di Scuderia.
Alla fine appresi un sacco di cose e scrissi tutto su di un foglietto: primo, se si vuole vincere bisogna prepararsi bene; secondo, il rispetto delle competenze giova al risultato; terzo, il rischio – pur sempre presente- si vive diversamente quando accade qualcosa ad un altro;
quarto, con pazienza e tenacia si arriva comunque ad un risultato.
Tornato a casa, appallottolai il foglietto e lo gettai nel cestino. L’ho ritrovato ora, per caso, nella mia mente…

Crede che Ferrari l’avrebbe assunta come pilota a tempo pieno nella sua squadra, aprendole anche la via della F1 ?
Son trascorsi oltre 50 anni e la risposta al quesito – che già allora – Dio o Ferrari avrebbero potuto dare, ora la si può rivolgere soltanto a Dio.
Da parte mia, non ho mai dato disponibilità per gareggiare a tempo pieno e neppure mai ho chiesto una vettura. Di tanto in tanto Ferrari mi proponeva una monoposto, uno spider, una berlinetta o altro… Secondo un discrezionale comportamento di entrambi, che accettavo volentieri se compatibile con altri miei impegni. Io ero un pilota imprenditore, Enzo Ferrari era un imprenditore.
E poichè non ho mai rotto una vettura… per abusi tecnici e siccome statisticamente la vittoria con me appariva allora evento probabile, credo Ferrari avesse un pensiero sagace.

Era più difficile cambiare o frenare o curvare: dove insomma le doti emergevano maggiormente ? E faccio riferimento “all’occhio trigonometrico” del quale lei ha parlato in riferimento a qualche cosa sulla Coppa delle Dolomiti.
La sua domanda verte sull’impiego di sensi diversi che debbono coesistere armonicamente in una guida veloce e sicura.
Per cambiare bene si usa l’udito, per curvare bene si usa – appunto – l’occhio che io
chiamo “trigonometrico”. Per frenare tempestivamente si usa… un altro senso raffinato, che, in gergo moderno, si descriverebbe con termini che non mi piace usare…
Concettualmente la frenata è determinata da un logico e prudente apprezzamento delle circostanze. Mi spiego meglio: se Ferrari mi dava una vettura dichiarandomi la sua affidabilità a 250 km all’ora, cercavo in linea di massima di mantenere questa velocità, salvo frenare laddove la prudenza giudicasse il percorso incongruente con la velocità raccomandata.
Quanto al modo di frenare – molto importante – entra in gioco una valutazione del pilota circa la resistenza degli strumenti che impiega. In una corsa in salita la frenata può essere persino brusca – Dio che orrore ! -  mentre in una Mille Miglia essa deve essere dolce e compatibile con la durata richiesta. Sgommare, comunque, mai !

Conte Giannino ha dei rimpianti ? Automobilistici s’intende…
Forse quello di aver vinto troppo giovane. Attorno alla vittoria si concentrano simpatie e relazioni spontanee. I famosi “fans“…
A vent’anni uno considera troppo giovani quelli che ne hanno diciotto e dei “matusa” quelli che ne hanno 25. Se vincessi adesso – per esempio – lo spettro prismatico del gradimento si aprirebbe notevolmente.
Forse è troppo tardi: per vincere, non per dialogare.

Il nome Marzotto è entrato nella storia dell’automobilismo, ma non sempre uno di voi quattro fratelli è stato identificato con precisione. Per esempio, sull’agenda Ferrari, al Gran Premio di Monaco del ’52, c’è scritto solo “Marzotto” come vincitore. Pochissimi sanno che è stato il conte Vittorio a vincere quella volta. Cosa pensa al riguardo ?
Al Gran Premio di Monaco del ‘52 ero presente ed in pole position con una Ferrari
4100 di mia concezione. La pompa dell’acqua si ruppe prima della partenza e mio fratello Vittorio ebbe un competitor di meno, risultando magnifico vincitore di quel famoso Gran Prix. La vittoria è stata sua.

Si nota spesso nella vita del mondo un fenomeno chiamato di “concentrazione storica“ per effetto del quale la gente tende a attribuire ad un solo “personaggio“ anche valori che nella realtà appartengono agli altri. E’ una specie di economia-mnemonica al servizio della storia.
Anche mio fratello Paolo corse e vinse persino campionati.

Perché Ferrari è diventato “Ferrari” ?
La risposta più ovvia è perché è stato bravo.
Si può aggiungere che Ferrari – una specie di Garibaldi – fu per quasi vent’anni “l’eroe di
due mondi”: quelli della velocità e del lusso. “Mondi” abbastanza spopolati al tempo.
La tecnologia si muoveva principalmente per produrre vetture in grandi serie, a basso prezzo, con bassi consumi, con alta sicurezza e confort. Ferrari mosse – quasi in esclusiva – il suo ingegno in direzione opposta o diversa. E quando si conquistano per vent’anni le colonne della stampa per 50 settimane all’anno, si entra tanto nella storia quanto nel mito.
Il “Mito“ è sempre stato più stabile della Storia !

Se Le chiedessero di provare una F1 di oggi, accetterebbe ? 
Creerei certamente perplessità negli interlocutori.
Risponderei “sì” in un modo talmente condizionato che si tradurrebbe in un “no”. Perchè vorrei infatti provare la vettura con molta calma e concentrazione, guidando ripetutamente ed adagio fino a riuscire a comprendere il rapporto tra me stesso ed il mezzo. Senza paura, ma senza temerarietà.
Credo che la perfetta sintonia tra questi due fattori della guida contribuisca al successo cui si aspira.

Cercare il successo per il risultato, più che per l’applauso, distingue l’intelligenza dall’ambizione. La velocità assoluta è frutto della ottimizzazione possibile. So bene di non avere più la prontezza di riflessi di 50 anni fa.

Mi piacerebbe tuttavia riprovare il piacere, un piacere d’umiltà e coraggio congiunti, di dare il massimo possibile per l’accoppiata proposta: “il Vecchio ed il Nuovo”. E’ massimamente sportivo accettare una sfida anche quando si sa che è improbabile vincerla…

 

F1P | Antonio Azzano

 

6 risposte a Giannino Marzotto. Con Ferrari dalla Mille Miglia alla 24 Ore Le Mans

  1. Luca Ferrari scrive:

    Antonio lo sai, mi inchino. SENSAZIONALE questa intervista ! Che i più giovani la leggano, per capire cosa erano le corse e perchè oggi non ci divertono più in tante occasioni. Uomini come Marzotto, con la sua passione e la sua grinta hanno fatto la storia. Rispetto ed educazione che oggi sono quasi estinte nel mondo dei motori.

    • Antonio Udine scrive:

      Confesso: al di là del piacere grandissimo di sentirmi raccontare vicende ed atmosfere solo immaginabili per me, la fortuna è stata quella di aver incontrato un vero e proprio personaggio come il conte Giannino Marzotto, un gentiluomo, dal volante alla buona tavola, passando attraverso una conversazione mai banale e sempre ricca di particolari, dal potere di suggestionare unico !

  2. Rita Cappiello scrive:

    Bellissima questa intervista, Antonio…Complimenti!!!! E’ bello avere l’opportunità di viaggiare indietro nel tempo attraverso i racconti di persone come il signor Marzotto, che ci permettono ancora di sentire la passione e la spontaneità che c’era un tempo quando in effetti la vita meno frenetica e caotica di oggi permetteva di dare più importanza a certi particolari. Poi personalmente è tutta una scoperta,perchè non sono così preparata per quanto riguarda il passato, però è bello riviverlo attraverso i protagonisti e i loro racconti. Grazie per il bellissimo lavoro che fate!!!!

    • Antonio Udine scrive:

      Grazie a te cara Rita per l’apprezzamento, gradito, ma tutto il merito è dovuto a quella squisita persona che è Giannino Marzotto, il quale ci ha voluto regalare queste pagine di racconti e ricordi tanto belli quanto fascinosi…

  3. Domenico Serio scrive:

    Una grande e bellissima intervista bravo Antonio! Complimenti!
    Molto preciso e dettagliato il conte Marzotto nelle sue risposte. Mi ha fatto immaginare scene che non ho mai potuto vedere vista la mia giovane età.

  4. Enzo Frangione scrive:

    Questo articolo è un brindisi: alla passione per le corse e a tutti quelli, come Antonio Azzano, che offrono agli appassionati sempre il vino migliore delle loro cantine.
    Quindi alzo il calice pronunciando una significativa battuta di Giannino Marzotto: “I 170 di media da Ravenna a Pescara saranno sempre per noi il più gradito ricordo”.

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